venerdì, giugno 30, 2006

Ecco l'inizio delle grandi opere...


La serietà al lavoro!!!
Finalmente dopo la terza sconfitta dei presuntuosi uomini della libertà (quella chiusa in una casa) Si parla di fare le cose seriamente.
Certo, tutto è migliorabile ma questa è pur sempre una buona partenza.
Rosicate pubblicitari falliti dello spauracchio del comunismo.

mkc
Leggete l'Unità, se volete.

lunedì, giugno 26, 2006

Oltre il 60% di indegni in Italia

26 Giugno 2006

Oggi è un gran giorno! Abbiamo scoperto che L'Italia è forte sotto tutti i profili.
La nostra Italia ci fa soffrire certo, main fondo in fondo sceglie sempre di dare tutte le proprie energie per la propria riscossa.
Voglio ringraziare, da italiano indegno, gli altri italiani, indegni e non che d'ora in avanti si impegneranno per un dibattito più civile. Senza divisioni tra parti "avanzate" del Paese e zone depresse.
Grazie a tutti quelli che hanno votato e per gli altri una sola richiesta: a meno che non abbiate motivi seri per non votare, pensate che chi non vota non fa male solo alla società, fa male soprattutto a se stesso perchè rinuncia a questo vento di primavera che sta iniziando a soffiare nel belpaese.
mkc

martedì, giugno 20, 2006

Viva l'Italia - Dire no alla distrolution è un dovere civico!

Fate in modo che gli Italiani lo sappiano... visto che in Rai passano solo gli spot per il Si...



Se potete stampate o inviate via email queste pagine o almeno il documento in formato pdf che trovate a questo indirizzo http://www.referendumcostituzionale.org/controdecalogo.pdf

Se potete, leggete cosa ne pensa Norberto Bobbio all'indirizzo
http://www.libertaegiustizia.it/speciali/speciali_leggi.php?id=82&id_sezione=2

Oppure leggete queste schede sintetiche ma ben esplicative del dazio che si paga alla Lega in caso di passaggio democratico dei si...
Sempre che non ci siano brogli come nelle ultime elezioni, naturalmente...


DEVOLUTION (ART. 117)


La riforma prevede la riscrittura dell’articolo 117, comma 4. “Spetta alle regioni la potestà legislativa esclusiva nelle seguenti materie:
a.
assistenza e organizzazione sanitaria;
b.
organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione, salva l´autonomia delle istituzioni scolastiche;
c.
definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione;
d.
polizia amministrativa regionale e locale;
e.
ogni altra materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato”. (Art. 39 Riforma).


Questa formulazione coinvolge materie relative a “diritti fondamentali” come la salute, l’istruzione e la sicurezza. Per tali diritti le prestazioni garantite non possono essere diverse da regione a regione perché si violerebbe il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione e dall’art. 117, secondo comma, lett. m) della Costituzione (determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale).
La “devolution” prevista dalla riforma smantella l’universalità dei diritti fondamentali, esaspera le disparità fra Nord e Sud, fra zone ricche e zone povere del Paese. Inoltre potrebbe avere influenza sulla situazione dei dipendenti pubblici dei settori interessati per i riflessi sulla legislazione del lavoro pubblico e per il rischio di una possibile messa in discussione del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro.
Contrariamente a quanto affermano i sostenitori di questa riforma si finisce in tal modo per
ledere anche la Prima parte della Costituzione e il ripristino del c.d. interesse nazionale (artt. 14 e 41 Riforma) da essi sbandierato risulta del tutto ininfluente ai fini dell’uniformità dei diritti.


Le Assemblee restano due: la Camera e il Senato, ma subentrerebbero il Senato federale e la nuova Camera dei deputati con compiti e poteri diversi
PARLAMENTO (ARTT. 55-69)


Le Assemblee restano due: la Camera e il Senato, ma al bicameralismo perfetto (due camere con uguali poteri) che ha caratterizzato quasi sessanta anni di vita repubblicana, subentrerebbero il Senato federale e la nuova Camera dei deputati con compiti e poteri diversi.

Camera: solo dal 2011 entrerebbe in vigore la diminuzione del numero dei parlamentari da 630 a 518, e dell’età minima per essere eletti da 25 a 21 anni.

Senato federale: dal 2011 entrerebbe in vigore la diminuzione del numero dei senatori da 315 a 252, e dell’età minima per essere eletti da 40 a 25 anni (art. 3 Riforma).
I senatori sono eletti, su base regionale, contestualmente ai consigli regionali, quindi il nuovo Senato sarà soggetto a possibili rinnovi parziali.

I rappresentanti delle regioni e delle autonomie locali “partecipano” ai lavori del Senato federale ma “senza diritto di voto” (art. 3 Riforma).

La divisione dell’attribuzione delle funzioni legislative tra Camera e Senato, non più esercitate collettivamente, costituisce un meccanismo molto complesso: ci sarebbero leggi su cui l’iniziativa e l’ultima parola spettano alla Camera (materie di “legislazione esclusiva dello Stato”), altre su cui spetta al Senato (materie di “legislazione concorrente”), altre ancora che spettano ad entrambe le Camere con rinvii complicatissimi senza dire che nei casi più delicati il governo, autorizzato dal Presidente della Repubblica, potrebbe spostare dal Senato federale alla Camera dei deputati il potere della deliberazione definitiva.
In caso di conflitti di competenza tra Camera e Senato federale, i rispettivi Presidenti potrebbero affidare “la decisione a un comitato paritetico”, complicando e rendendo eccessivamente ingestibile l’iter legislativo.

Si ricorda infine che la riforma prevede un voto sul programma del nuovo governo espresso dalla sola Camera e non anche dal Senato federale.


Il capolavoro di questa riforma è che il senato c.d. federale, di federale ha ben poco, perché i veri rappresentanti delle regioni e delle autonomie locali possono partecipare, ma non possono votare.
Si rischia altresì la paralisi della funzione legislativa: basta pensare che una singola legge può contenere norme che si riferiscono a materie di competenza del Senato federale e contemporaneamente altre di competenza della Camera. A chi l’ultima parola?
Un esempio concreto del rompicapo rappresentato dal nuovo meccanismo di formazione delle leggi è costituito dal numero dei caratteri utilizzato nella stesura del testo. A fronte delle 77 lettere adoperate nell’art. 70 della Costituzione vigente, la riforma ne usa 3.863.
L’indebolimento dei poteri del Parlamento ha come conseguenza diretta anche l’indebolimento dei poteri del singolo cittadino, il quale voterebbe un suo rappresentante che conterebbe sempre di meno.








La riforma prevede un Primo ministro scelto direttamente dagli elettori (art. 30 Riforma) e sostanzialmente inamovibile.
PREMIERATO (Artt. 92-96)


La riforma prevede un Primo ministro scelto direttamente dagli elettori (art. 30 Riforma) e sostanzialmente inamovibile.
Il Primo ministro “determina” (e non più “dirige”) la politica generale del governo e ne è responsabile (Art. 33 Riforma), nomina e revoca i ministri, che secondo la Costituzione vigente sono nominati dal Capo dello Stato, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri (art. 92, Costituzione).

Il Primo ministro è praticamente inamovibile: infatti la sfiducia al Primo ministro comporta lo scioglimento della Camera, salvo che in un caso molto improbabile: che un numero altissimo dei deputati della maggioranza, almeno 316, concordino sul nome del suo successore (per esempio nel caso dell’attuale maggioranza dell’Unione dovrebbe trattarsi di 316 dep. su 348).

Analogamente la Camera viene sciolta se la mozione di sfiducia è respinta con il voto determinante di deputati dell’opposizione.


In sostanza si tratta di un Primo ministro che è stato definito “assoluto” perché possiede poteri immensi quali non esistono in nessuno Stato democratico, né esiste la sfiducia costruttiva limitata alla sola maggioranza parlamentare. Questo premier avrebbe i poteri del Presidente degli U.S.A., del premier britannico e del cancelliere tedesco, ma non incontrerebbe nessuno dei limiti e dei contrappesi che rendono democratici quei sistemi. La figura del premier viene rafforzata a discapito delle prerogative del Presidente della Repubblica e della Camera dei deputati. Viene così a mancare la garanzia dell’esercizio equilibrato dei poteri.







CORTE COSTITUZIONALE (ART. 135)


Nella riforma la Corte costituzionale è sempre costituita da 15 giudici, ma cambiano gli equilibri all’interno di questa composizione.
Oggi, a Costituzione vigente, i giudici sono scelti, per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune e per un terzo dalle supreme magistrature, ordinaria e amministrativa.
Con la riforma il Presidente della Repubblica ne nominerebbe 4, così come le magistrature, mentre ben 7 sarebbero scelti dal Parlamento (3 dalla Camera e 4 dal Senato federale).


Passano dunque da 5 a 7 i giudici di nomina parlamentare, con un conseguente aumento del tasso di politicizzazione della Corte.


Federalismo vero o solo proclami per un lontano futuro?
FEDERALISMO FISCALE (ART. 119)


La riforma del Titolo V approvata nel 2001, dopo il referendum popolare prevede “l’autonomia finanziaria di entrata e di spesa” per le regioni e le autonomie locali.
Questo articolo non è stato attuato nei cinque anni di governo Berlusconi. Nella riforma (art. 57) è previsto un ulteriore slittamento di tre anni della sua attuazione e una previsione di cinque anni per il trasferimento di beni e risorse alle regioni e agli enti locali.


Federalismo vero o solo proclami per un lontano futuro?


La riforma prevede un Presidente della Repubblica di mera rappresentanza. Egli infatti non rappresenta più l’unità nazionale, ma è garante dell’unità federale (art. 26 Riforma).
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA (ARTT. 83-91)


La riforma prevede un Presidente della Repubblica di mera rappresentanza. Egli infatti non rappresenta più l’unità nazionale, ma è garante dell’unità federale (art. 26 Riforma).

Il Presidente della Repubblica perde il potere di scioglimento delle Camere, il potere di dare l’incarico di formare il governo e il potere di autorizzare la presentazione dei disegni di legge d’iniziativa governativa (artt. 26 e 27 Riforma).
Infatti egli può sciogliere le Camere ed indire le elezioni solamente “su richiesta del Primo ministro, che ne assume l’esclusiva responsabilità” (art. 27 Riforma).
La riforma riduce anche il suo potere di nomina dei senatori a vita, dai cinque attuali ai nuovi tre “deputati”, un numero che non può in alcun caso essere superato rispetto alla intera composizione della Camera.
Infine la riforma prevede che spetti al Capo dello Stato la nomina del vice-presidente del Consiglio superiore della magistratura “nell’ambito dei componenti eletti dalle Camere” (art. 26 Riforma): il Presidente della Repubblica è costretto in tal modo a fare una scelta politica, sminuendo il suo ruolo di garante dell’imparzialità e allo stesso tempo riducendo l’autonomia del Consiglio superiore della magistratura. Nella stessa direzione va letta l’attribuzione del potere di nomina dei presidenti delle Autorità indipendenti e del CNEL (sentiti i Presidenti delle due Camere) (art. 26 Riforma).


Il Presidente della Repubblica diventa di fatto da una parte un semplice notaio, dovendo solamente ratificare le scelte del premier, dall’altra i c.d. nuovi poteri conferitigli sono tesi a politicizzare la sua figura indebolendo il suo ruolo di garante. Non si dimentichi inoltre che per la sua elezione da parte dell’Assemblea della Repubblica è sufficiente la maggioranza assoluta dei componenti.


Viva l'Italia e, sempre se volete, firmate la petizione all'indirizzo

http://www.pledgebank.com/ItaliaUNA

martedì, maggio 30, 2006

Napoli ingrata

Dopo che Napoli ha tradito un capolista di eccellenza, il presidente del partito impresa non fa autocritica e dice «Mezza Italia è con noi - adesso puntiamo tutto sul referendum».
Anche noi.
Per questo è nata una nuova campagna di impegno.
http://www.pledgebank.com/ItaliaUNA

Borsellino è morto ancora

Per il bene della Sicilia e dei siciliani, trionfa il sospetto della mafia sulla certezza dell’onestà.

Salvatore Cuffaro, presidente uscente della regione Sicilia, è da oggi, anche il presidente entrante, votato dal 53% dei Siciliani.

Non ha funzionato nemmeno la signora Rita Borsellino, non è servito nemmeno un nome così noto al mondo intero per le battaglie contro la mafia, e, proprio per questo, diventato vittima di mafia.

Non è servito il nome Borsellino per prevalere su un governatore ricandidatosi incurante del fatto che è imputato in processi di mafia.

Ma oggi, essere imputati per qualsivoglia reato, non è più impedimento per ricoprire una carica istituzionale dello stato.

Del resto, Silvio Berlusconi, ex presidente del Consiglio, è stato uno dei più grandi profeti di questo vangelo.

È vero, si è innocenti fino a prova contraria, ma la politica autocommiserativa dell’ex premier, ha modificato la struttura genetica cognitiva del cervello umano, grazie alla quale, un inquisito non è più un presunto innocente, e quindi un presunto colpevole, bensì è sicuramente un perseguitato dalla magistratura. Una magistratura comunista, faziosa e spregiudicata.

La presunzione d’innocenza è sacrosanta, ma nel momento in cui anteponiamo al termine “innocente”, il termine “presunto”, allora il punto è decidere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Resta il fatto che il bicchiere non sembra essere assolutamente vuoto!

Tutto questo, come al solito, va a discapito del cittadino, o meglio, a discapito di quel 41% di Siciliani, costretti, per altri 5 anni, ad essere governati da un presunto mafioso, o se vogliamo, da un presunto innocente nel processo che lo vede imputato per reati di mafia. Meglio la prima definizione, è più corta!

Oltre ad un impedimento morale, dovrebbe esistere un impedimento costituzionale, che impedisca agli imputati per qualsiasi reato, di candidarsi a cariche istituzionali.

Qualora risultassero fondati i capi d’accusa, a chi andranno a chiedere spiegazioni i Siciliani? Allo stato? A Berlusconi? A Fini? A Casini? Per essere andati nelle piazze siciliane a gridare alla “persecuzione”? A quel 53% che ha dato il consenso elettorale ad un presunto mafioso piuttosto che alla sorella di un magistrato che si è “ammalato” di mafia, ed è morto di mafia?

Saranno contenti, 53 Siciliani su 100, saranno contenti e forse ritireranno in casa quel lenzuolo bianco che esposero 14 anni fa, come segno di protesta alla mafia. Sembrava davvero che la Sicilia intera avesse detto un secco “no” alla mafia. L’Italia era convinta che il muro di omertà che ha sempre caratterizzato in negativo il popolo siciliano, fosse finalmente crollato… bisogna ricredersi!

Oggi la Sicilia ha detto un secco “no” alla giustizia. Non importa a 53 Siciliani su 100, se Cuffaro è mafioso oppure no.

Ci sono voluti 43 anni ed un intervento chirurgico a Marsiglia per catturare il superlatitante Bernardo Provenzano, che tranquillamente a 2 chilometri da Corleone, distribuiva “pizzini”, vocabolo che sarà sicuramente inserito nei dizionari della lingua italiana, controllando ancora i loschi introiti mafiosi, e Salvatore Cuffaro è di nuovo Presidente della regione Sicilia.

A nulla sono servite esecuzioni eccellenti come quella del Gen. CC Alberto Dalla Chiesa, del Magistrato Giovanni Falcone, del Magistrato Paolo Borsellino.

La loro morte è passata indolore, inosservata.

Avrei votato la sig.ra Borsellino, solo per ringraziamento per l’operato del fratello Paolo, senza guardare all’antagonista.

Oggi Paolo Borsellino è stato ucciso un’altra volta. Stavolta però, ad ammazzarlo non è stato il tritolo, ma circa un milione e mezzo di matite, quelle delle urne elettorali.

Viviamo un periodo storico di transizione, forse ricorso storico di qualche trascorso, pertanto non meravigliamoci se un domani, forse nemmeno tanto lontano, la Lega Nord riuscirà nel suo intento di dividere l’Italia. Nascerà un nuovo Garibaldi, sbarcherà nuovamente a Marsala, e arriverà allo stretto col benestare del Governatore della regione… della mafia, come accadde più di 100 anni fa!

giovedì, maggio 25, 2006

Giustizia è fatta?

“… sono schifato e indignato se penso che un domani, neanche tanto lontano, gente come Erika, Pietro Maso, Mario Alessi, Luigi Chiatti, Donato Bilancia torneranno liberi e magari li incontriamo in metropolitana o al centro commerciale.”
Questo è quanto dice un certo Silvio su un quotidiano a distribuzione gratuita.
Parla di Erika, Erika e basta, come se il nome fosse un aggettivo che identifica un assassino, o semplicemente perché non ne ricorda il cognome. De Nardo, per la cronaca, e per l’anagrafe. Questo è il cognome.
È schifato Silvio, da tutto questo. E’ schifato dal rischio di incontrare un protagonista in negativo della cronaca italiana, in un supermercato o nella metro.
Parla di Dio, Silvio, e forse non è un caso che anche lui si chiama Silvio, e dice che Erika, Pietro, Luigi e gli altri, debbono pregare Dio per non essere nati in un paese dove una iniezione letale avrebbe messo fine alla loro esistenza. Ed è stato attento a scrivere Paese con la “P” maiuscola, per non offendere gli Americani. Loro si che sono un paese evoluto. Del resto per diventare la più grande potenza bellico-economica del mondo in soli 500 anni, una certa capacità deve pur avercela questo paese. E ce l’ha davvero questa capacità, che quando si tratta di arrogarsi a Padreterno, l’America non si tira mai indietro.
Meritano la morte quindi. Forse è vero, il crimine di cui si sono macchiati è davvero atroce, a volte il modo stesso con cui questo crimine viene perpetrato va oltre ogni immaginazione diabolica. Ma ci si può macchiare dello stesso reato per il quale siamo chiamati a giudicare? Abbiamo, da comuni mortali, la capacità oggettiva e la reale imparzialità morale di poter giudicare a tal punto un crimine? Abbiamo il mandato per poterlo fare? Se consideriamo la vita come un dono di una entità divina, per la negazione di essa, possiamo rimetterci al giudizio di una entità terrena per provvedere al risarcimento morale per il danno arrecatoci applicando la cosiddetta legge del taglione per cui occhio per occhio dente per dente? Se non siamo noi i padroni della nostra stessa vita, possiamo permettere che lo sia qualche altro mortale?
Se definiamo “giustizia”, l’esecuzione a morte di un omicida, operata da un perfetto estraneo, come dovremmo allora comportarci se questa “esecuzione” venisse operata da un familiare della vittima?
“Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!”, lo ha detto qualcuno qualche secolo fa, e pur essendo ateo, non posso che condividere l’affermazione.
Nella maggior parte dei casi, le persone che si macchiano di delitti efferati, che suscitano la sensazione di “schifo” come quella provata da Silvio, sono vittime di loro stessi per il rimorso che si porteranno per tutta la vita. Ciò non diminuisce la gravità del reato e non deve, o non dovrebbe forse, influire sulla comminazione della pena, ma resta pur sempre il fatto che la redenzione non va negata a nessuno.
Per non parlare dei, seppur rari, errori giudiziari. Come dovrebbe essere giudicato un giudice che manda a morte un innocente? E da chi dovrebbe essere giudicato?
La vita di un innocente non vale la morte di mille colpevoli.

martedì, maggio 23, 2006

Ricordando un eroe...

Oggi ricorre l’anniversario della strage di Capaci…

Chi era Giovanni Falcone? Chi lo ha ucciso? La mafia e chi altri?
giovanni_falcone

Biografia (da http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Falcone
)
Figlio di Arturo Falcone, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e di Luisa Bentivegna, aveva due sorelle maggiori, Anna e Maria. Giovanni Falcone studiò al liceo classico “Umberto” e successivamente, dopo una breve esperienza all’Accademia Navale di Livorno, iniziò a studiare Giurisprudenza all’Università degli studi di Palermo dove si laureò magna cum laude nel 1961, con una tesi sulla “Istruzione probatoria in diritto amministrativo”.

Vinse il concorso in magistratura nel 1964 e per breve tempo fu pretore a Lentini e poi sostituto procuratore a Trapani per 12 anni. Qui, poco a poco nacque in lui la passione per il diritto penale. Approdò a Palermo e dopo l’omicidio del giudice Cesare Terranova cominciò a lavorare all’Ufficio istruzione. Il consigliere istruttore Rocco Chinnici gli affidò, nel maggio 1980, le indagini contro Rosario Spatola: era un lavoro che coinvolgeva anche criminali negli Stati Uniti e che era osteggiato da alcuni altri magistrati. Alle prese con questo caso, Falcone comprese che per indagare con successo associazioni mafiose era necessario basarsi anche su indagini patrimoniali e bancarie, per ricostruire il percorso del denaro che accompagnava i traffici e ricostruire un quadro complessivo del fenomeno e per evitare la serie di assoluzioni con cui si erano conclusi i precedenti processi contro la mafia.
Immagine:Strage di Capaci.jpg
Il luogo della strage

Si può considerare una svolta, per la conoscenza non solo di determinati fatti di mafia, ma specialmente della struttura dell’organizzazione Cosa nostra, l’interrogatorio iniziato a Roma nel luglio 1984 in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro, del Nucleo operativo della Criminalpol, del “pentito” Tommaso Buscetta.

Le indagini portate avanti da Falcone e dal pool di magistrati da lui creato, sull’esempio di quelli organizzati contro il terrorismo pochi anni prima, portarono ad istruire il primo maxiprocesso contro la mafia, che vedeva imputate 475 persone. Dopo l’omicidio di Giuseppe Montana e Ninni Cassarà nell’estate 1985, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, si cominciò a temere per l’incolumità anche dei due magistrati, che furono indotti per motivi di sicurezza a soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell’Asinara.

Nel gennaio 1985 il Consiglio Superiore della Magistratura, nella votazione fra Falcone e Antonino Meli, basandosi sull’anzianità di servizio, nominò il secondo a capo dell’Ufficio istruzione, in luogo di Caponnetto che aveva lasciato l’incarico per raggiunti limiti di età. Da questo momento in poi Falcone e il suo pool dovettero fronteggiare un numero sempre crescente di ostacoli alla loro attività: persino la Cassazione sconfessa l’unitarietà delle indagini in fatto di mafia affermata da Falcone e dall’esperienza del suo pool; in questo periodo si svolge anche la vicenda del “corvo”, una serie di lettere anonime diffamanti il Pool antimafia e i suoi membri. Nell’autunno 1986 Meli sciolse ufficialmente il pool. Qualche tempo dopo Claudio Martelli, allora vicepresidente del Consiglio e ministro di Grazia e Giustizia ad interim, gli offrì di dirigere la sezione Affari Penali del ministero e Falcone accettò.

In questo periodo, che va dal 1991 alla sua morte due anni dopo, Falcone fu molto attivo, cercando in ogni modo di rendere più efficace ed incisiva l’azione della magistratura contro il crimine. Falcone muore nella strage di Capaci il 23 maggio 1992. Una carica di 500 chili di tritolo fa saltare in aria l’auto blindata su cui viaggiano lui e la moglie, insieme al tratto di autostrada su cui stanno transitando. Insieme a Falcone e alla moglie Francesca Morvillo, magistrato anche lei, muoiono gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. All’esecrazione dell’assassinio, il 4 giugno si unì il Senato degli Stati Uniti, con una risoluzione (la n. 308) intesa a rafforzare l’impegno del gruppo di lavoro italo-americano, di cui Falcone era componente.

Per comprendere a pieno la grande figura di Giovanni Falcone e la sua moralità basterà ripetere le sue stesse parole: “Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana”.

Al magistrato sono state dedicate molte scuole e strade. A Falcone e al suo collega Paolo Borsellino è stato dedicato anche l’Aeroporto di Palermo-Punta Raisi.