giovedì, maggio 25, 2006

Giustizia è fatta?

“… sono schifato e indignato se penso che un domani, neanche tanto lontano, gente come Erika, Pietro Maso, Mario Alessi, Luigi Chiatti, Donato Bilancia torneranno liberi e magari li incontriamo in metropolitana o al centro commerciale.”
Questo è quanto dice un certo Silvio su un quotidiano a distribuzione gratuita.
Parla di Erika, Erika e basta, come se il nome fosse un aggettivo che identifica un assassino, o semplicemente perché non ne ricorda il cognome. De Nardo, per la cronaca, e per l’anagrafe. Questo è il cognome.
È schifato Silvio, da tutto questo. E’ schifato dal rischio di incontrare un protagonista in negativo della cronaca italiana, in un supermercato o nella metro.
Parla di Dio, Silvio, e forse non è un caso che anche lui si chiama Silvio, e dice che Erika, Pietro, Luigi e gli altri, debbono pregare Dio per non essere nati in un paese dove una iniezione letale avrebbe messo fine alla loro esistenza. Ed è stato attento a scrivere Paese con la “P” maiuscola, per non offendere gli Americani. Loro si che sono un paese evoluto. Del resto per diventare la più grande potenza bellico-economica del mondo in soli 500 anni, una certa capacità deve pur avercela questo paese. E ce l’ha davvero questa capacità, che quando si tratta di arrogarsi a Padreterno, l’America non si tira mai indietro.
Meritano la morte quindi. Forse è vero, il crimine di cui si sono macchiati è davvero atroce, a volte il modo stesso con cui questo crimine viene perpetrato va oltre ogni immaginazione diabolica. Ma ci si può macchiare dello stesso reato per il quale siamo chiamati a giudicare? Abbiamo, da comuni mortali, la capacità oggettiva e la reale imparzialità morale di poter giudicare a tal punto un crimine? Abbiamo il mandato per poterlo fare? Se consideriamo la vita come un dono di una entità divina, per la negazione di essa, possiamo rimetterci al giudizio di una entità terrena per provvedere al risarcimento morale per il danno arrecatoci applicando la cosiddetta legge del taglione per cui occhio per occhio dente per dente? Se non siamo noi i padroni della nostra stessa vita, possiamo permettere che lo sia qualche altro mortale?
Se definiamo “giustizia”, l’esecuzione a morte di un omicida, operata da un perfetto estraneo, come dovremmo allora comportarci se questa “esecuzione” venisse operata da un familiare della vittima?
“Chi è senza peccato, scagli la prima pietra!”, lo ha detto qualcuno qualche secolo fa, e pur essendo ateo, non posso che condividere l’affermazione.
Nella maggior parte dei casi, le persone che si macchiano di delitti efferati, che suscitano la sensazione di “schifo” come quella provata da Silvio, sono vittime di loro stessi per il rimorso che si porteranno per tutta la vita. Ciò non diminuisce la gravità del reato e non deve, o non dovrebbe forse, influire sulla comminazione della pena, ma resta pur sempre il fatto che la redenzione non va negata a nessuno.
Per non parlare dei, seppur rari, errori giudiziari. Come dovrebbe essere giudicato un giudice che manda a morte un innocente? E da chi dovrebbe essere giudicato?
La vita di un innocente non vale la morte di mille colpevoli.

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